«Possiamo ancora sognare lo spazio?» – Galactic Chloé sul significato dell’universo e su chi vi detiene il potere

Nel 2019 Chloé Carrière è stata cofondatrice di Asclepios, la prima missione spaziale analogica in Europa guidata da studenti. Il primo equipaggio è entrato in isolamento nel luglio 2021. Nel luglio 2025, la quinta edizione ha trascorso 16 giorni sottoterra nella fortezza di Sasso San Gottardo in Ticino – una missione che l’ingegnere aerospaziale accompagna ora in qualità di mentore. Con il nome di «Galactic Chloé», oggi raggiunge un vasto pubblico trattando tematiche spaziali sui social media, nel suo programma radiofonico e attraverso documentari. In un’intervista con la SATW spiega cosa imparano gli studenti durante una missione lunare simulata, perché ritiene che la popolazione svizzera debba avere voce in capitolo nella politica spaziale, perché ha dovuto ridefinire il proprio sogno di una passeggiata lunare e come si possa mantenere nel Paese la giovane industria spaziale svizzera.

Chloé Carrière – alias Galactic Chloé – è ingegnere aerospaziale e divulgatrice scientifica. La sua missione è avvicinare il grande pubblico al mondo dello spazio. Foto: Valentin Flauraud.

I punti salienti in sintesi

  • Una missione concepita da zero: invece di avvalersi di una piattaforma analogica già esistente, Carrière e circa 100 studenti provenienti da tutto il mondo hanno sviluppato una propria simulazione lunare, selezionando un equipaggio interdisciplinare e definendo autonomamente l’addestramento, i valori e gli esperimenti. Il MIT e l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sono stati strettamente coinvolti nello sviluppo del programma.
  • Non tutti gli utilizzi dello spazio sono ugualmente giustificati: Carrière sostiene che l’osservazione della Terra per il monitoraggio delle variabili climatiche valga chiaramente la spesa, mentre il turismo spaziale è difficile da giustificare. Inoltre, il valore scientifico dei voli spaziali con equipaggio rimane controverso.
  • In Svizzera lo spazio è un tema che non suscita quasi alcun interesse nell’opinione pubblica: una legge spaziale svizzera è attualmente in discussione in Parlamento, ma al di fuori di esso se ne parla pochissimo. Carrière vorrebbe che i cittadini potessero esprimere le proprie aspettative riguardo a questa risorsa comune.
  • Dall’acquisto di un razzo a quello di un posto a bordo: la commercializzazione ha aperto il mercato a nuovi attori, dai programmi spaziali africani ai fornitori di servizi. La sfida per l’Europa consiste nell’essere al tempo stesso competitiva e responsabile.
  • Un settore nascosto che va preservato: la Svizzera vanta aziende, spin-off e corsi di studio specializzati presso l’EPFL e l’ETH di Zurigo. L’astronautica è tuttavia una tecnologia di punta (Deep Tech) che richiede anni di finanziamenti prima di generare entrate. La sfida consiste nel far crescere le piccole start-up qui, e non all’estero, fino a trasformarle in grandi aziende.

Le missioni spaziali analoghe simulano sulla Terra le condizioni di una missione con equipaggio: isolamento, procedure rigorose, veri esperimenti scientifici e un centro di controllo della missione che non dorme mai. Dal 2021 la Svizzera dispone di una propria missione – Asclepios, gestita da studenti e ospitata di recente nella fortezza di Sasso San Gottardo in Ticino. Le gallerie di questa fortezza fungono da sostituto dei tubi di lava presenti sulla superficie lunare.

L’idea è di Chloé Carrière. L’ingegnere aerospaziale, formatasi all’EPFL, ha fondato il progetto nel 2019 e ne ha guidato la prima missione nel luglio 2021. Oggi le missioni sono condotte da una nuova generazione di studenti, mentre lei li affianca in qualità di mentore. Con il nome di «Galactic Chloé», da allora ha fatto della comunicazione scientifica la sua professione. Dirige l’agenzia Galactic Studios e ha tenuto una rubrica presso l’emittente radiofonica svizzera francofona RTS Couleur3. Inoltre, produce documentari e si impegna per aumentare la presenza femminile nelle discipline STEM. Tra le sue attività figura il programma di mentoring SATW di Swiss TecLadies, in cui ricopre il ruolo di mentore e modello di riferimento. A conclusione del nostro mese tematico dedicato allo spazio, abbiamo parlato con la signora Carrière di istruzione, sostenibilità, cambiamenti di potere in orbita e dell’ecosistema spaziale svizzero.

Signora Carrière, lei ha cofondato Asclepios nel 2019 e ha guidato la prima missione nel luglio 2021. Nel luglio 2025, la quinta edizione, guidata dagli studenti, ha trascorso 16 giorni in isolamento nella fortezza di Sasso San Gottardo, in Ticino. Qual era l’idea originale alla base del progetto?

All’epoca ero una studentessa all’EPFL e, insieme ad alcuni amici, abbiamo esaminato cosa stessero facendo altre università nel campo della ricerca spaziale con equipaggio umano e in che modo gli studenti potessero partecipare. Inizialmente abbiamo valutato di avvalerci delle piattaforme di missioni analoghe già esistenti, come ad esempio quelle della Mars Society negli Stati Uniti. Poi, però, ci è venuta un’idea più ambiziosa: e se avessimo dato vita a una nostra missione? Siamo la generazione che tornerà sulla Luna. Siamo molto probabilmente la generazione che realizzerà il concetto di un villaggio lunare. Per questo dovremmo essere proprio noi a riflettere su come potrebbe essere.

Abbiamo iniziato da zero e riunito un centinaio di studenti provenienti da tutto il mondo. Abbiamo selezionato i nostri astronauti studenteschi e stabilito come formarli, quali valori trasmettere, quali esperimenti scientifici condurre e come simulare una base lunare. Dovremmo stare sottoterra? Il Sasso San Gottardo è particolarmente adatto a questo scopo: le sue gallerie simulano i tubi di lava presenti sulla superficie lunare. Naturalmente volevamo mettere alla prova le nostre capacità, ma soprattutto per noi è stata un’occasione per imparare.

Cosa traggono quindi gli studenti da una missione del genere, cosa che nessuna lezione può trasmettere loro?

Il principio si chiama «Learning by Doing». All’EPFL proveniamo da diversi ambiti disciplinari – scienze dei materiali, fisica, ingegneria meccanica, elettrotecnica –, ma impariamo davvero solo quando mettiamo in pratica le nostre conoscenze. Per questo motivo l’università sostiene i cosiddetti progetti MAKE, come ad esempio il Raketenteam o il Rover-Team. Si mette in pratica ciò che si è appreso durante le lezioni. Era proprio questo che volevamo fare con Asclepios. La questione mi interessava a tal punto che le ho dedicato il mio progetto semestrale: un’analisi pedagogica su come le missioni spaziali analoghe possano essere utilizzate come strumento didattico all’EPFL e nelle scuole elementari.

Quanto si avvicina una simulazione del genere a una missione reale?

Volevamo che fosse il più realistica possibile. Per la procedura di selezione degli astronauti, ad esempio, abbiamo collaborato con una terapeuta e con Claude Nicollier, l’astronauta svizzero. Inoltre, ci siamo fatti consigliare dalle agenzie spaziali, in particolare dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA), di cui la Svizzera fa parte, per capire come conducono le loro procedure di selezione. Per quanto riguarda l’aspetto scientifico, abbiamo lanciato un bando per la presentazione di proposte e diversi laboratori ci hanno contattato con le loro idee. Ho collaborato con il dipartimento di aeronautica e astronautica del MIT a un progetto volto a simulare il modo in cui gli astronauti potrebbero controllare a distanza un meccanismo robotico in grado di perforare la superficie della Luna o di Marte. Abbiamo condotto questo esperimento durante la missione.

Un aspetto di cui non parliamo molto è che non ci sono solo gli astronauti. C’è anche un centro di controllo della missione, composto da studenti qualificati che sono in servizio 24 ore su 24 per tutta la durata della missione. Tutti gli studenti coinvolti ricoprono un ruolo simile a quelli della NASA o dell’ESA. Abbiamo cercato di seguire procedure molto rigorose nella gestione delle operazioni. In tutto il mondo esistono molte missioni analoghe e, a mio avviso, Asclepios è una delle più realistiche, grazie alla disciplina e al rigore delle sue procedure.

Con il motto «La nostra astronave blu» vi impegnate a favore di un approccio più sostenibile allo spazio. L’astrofisica Kathrin Altwegg mette tuttavia in guardia dal crescente pericolo rappresentato dai detriti spaziali e mette fondamentalmente in discussione il valore scientifico dei voli spaziali con equipaggio umano. Come gestite questa critica?

È proprio questa la questione di cui mi occupo. All’EPFL stiamo portando avanti un progetto denominato «Espace Commun», in cui analizziamo il concetto di sostenibilità nello spazio. Discutiamo dei detriti spaziali, dell’impatto ambientale dell’industria spaziale e dei diversi ambiti di applicazione della navigazione spaziale. Le missioni di osservazione della Terra volte al monitoraggio di variabili climatiche critiche sono certamente meritevoli. Il turismo spaziale, tuttavia, è difficile da giustificare nei confronti della società. Anche la ricerca spaziale con equipaggio umano è controversa, poiché stiamo ottenendo successi notevoli grazie all’esplorazione robotica. Sebbene la ricerca spaziale con equipaggio umano apporti benefici scientifici, è difficile sostenere che questi siano sufficientemente sostanziali rispetto alle infrastrutture e ai costi.

State per pubblicare un documentario su questo tema. Di cosa tratta?

Il documentario si intitola «Can We Still Dream of Space?». Esplora gli aspetti di sostenibilità dell’industria spaziale e si interroga su quale posizione vogliamo assumere. Visiterò l’Agenzia spaziale europea, l’Agenzia spaziale francese e il Parlamento europeo per saperne di più sulle norme che stabiliamo nello spazio al fine di prevenire problemi del tipo descritto dal professor Altwegg. Questo tema è particolarmente rilevante proprio ora, poiché in Svizzera è attualmente in discussione in Parlamento una legge spaziale svizzera.

Ciò solleva una domanda importante: quale ruolo hanno i cittadini nello spazio? In Svizzera abbiamo una democrazia diretta. Tuttavia, quando si tratta di temi specifici come lo spazio, la discussione non avviene pubblicamente, ma solo in Parlamento. Con questo progetto vogliamo mettere in discussione questa situazione. Lo spazio dovrebbe essere più accessibile e i cittadini dovrebbero poter esprimere le proprie aspirazioni riguardo a questa risorsa. Il nostro obiettivo è rendere visibile l’infrastruttura nascosta su cui tutti facciamo affidamento e aiutare le persone a formarsi un’opinione. La campagna durerà tre mesi. A Losanna organizzeremo un dibattito pubblico sotto forma di finto processo, in cui il pubblico si pronuncerà sull’utilizzo di mega-costellazioni come Starlink. Inoltre, realizzeremo video e infografiche e metteremo a disposizione un questionario pubblico per raccogliere dati su ciò che le persone desiderano realmente.

Lei ha appena scritto la sua tesi di master proprio sul tema della commercializzazione del settore spaziale. In che modo gli attori privati stanno modificando gli equilibri di potere e quale ruolo possono ancora svolgere la Svizzera e l’Europa?

Ho scritto la mia tesi di master presso l’ESA, sul tema della commercializzazione e su come promuovere l’innovazione in Europa nel settore dell’osservazione della Terra. Un'immagine illustra chiaramente cosa è cambiato tra l'inizio dei miei studi all'EPFL e la mia laurea. Quando ho iniziato, se si voleva mandare qualcosa nello spazio, bisognava acquistare il razzo. Era estremamente costoso e solo pochi attori avevano questa possibilità – principalmente i governi. C'erano sì aziende private nel settore spaziale, ma si trattava di grandi produttori i cui clienti erano i governi. Ciò che è cambiato – in particolare grazie a SpaceX e al Falcon 9 – è che non è più necessario acquistare un intero razzo ogni volta che si vuole inviare qualcosa nello spazio. Si acquista solo un posto a bordo.

Questo ha aperto il mercato a nuovi attori, tra cui anche paesi con budget più limitati. L’anno scorso ho girato un documentario sull’Agenzia spaziale africana e sui paesi africani che lanciano i propri satelliti. Ha aperto il mercato anche alle aziende private, che possono offrire queste infrastrutture come servizio, tra cui la connettività, l’Internet delle cose (IoT) e le immagini di osservazione della Terra. I governi non sono più gli unici clienti. A dire il vero, questo cambiamento è stato guidato soprattutto dalle aziende americane, in particolare dalla NASA, che ha introdotto nuove tipologie di contratti per aumentare la competitività del settore. Ciò ha aiutato Blue Origin e SpaceX a sviluppare le loro attuali offerte.

In Europa ci sono molte start-up e aziende consolidate. In Svizzera, ad esempio, ci sono APCO Technologies, Beyond Gravity e Thales Alenia Space Switzerland. Anche dall’EPFL e dal Politecnico federale di Zurigo (ETH) nascono molte giovani imprese che cercano di trovare la propria strada. La vera difficoltà sta nel seguente interrogativo: come si può agire in modo al tempo stesso competitivo e responsabile? Non vogliamo seguire le orme degli Stati Uniti. Annunciare un milione di satelliti in orbita non è un uso responsabile dello spazio. Tuttavia, se si vuole essere competitivi, bisogna anche rispettare le regole.

Lei si impegna, tra l’altro attraverso Swiss TecLadies, per la promozione delle donne e delle ragazze nelle discipline STEM. Quali sono i maggiori ostacoli che le giovani donne devono affrontare oggi e cosa deve cambiare?

Questo tema mi sta molto a cuore. C’è un principio che ritengo fondamentale: quando parliamo di minoranze – o, in questo caso, di donne –, ci sono tre aspetti decisivi: diversità, inclusione e senso di appartenenza. Diversità significa che ti viene offerto un posto al tavolo. Inclusione significa poter prendere la parola a quel tavolo. Appartenenza significa essere ascoltate a quel tavolo. Secondo la mia esperienza, quando si discute delle donne nelle discipline STEM spesso ci concentriamo solo sulla diversità. Ci impegniamo per attirare più donne, ma poi queste non riescono a fare carriera. Non vengono ascoltate e non lavorano in un ambiente sicuro. Ecco perché i tassi di permanenza sono così bassi.

Per avere più donne nelle discipline STEM, dobbiamo dimostrare loro che ne sono capaci – attraverso modelli di riferimento e contrastando gli stereotipi a casa e a scuola. Dobbiamo anche sfatare l’idea che le scienze siano difficili e inaccessibili a tutti, non solo alle donne. Tuttavia, una volta entrati nel mondo delle scienze, c’è del lavoro concreto da fare affinché ci si senta coinvolti e lo si sia davvero. Ciò include misure contro le molestie e la questione di come vengono trattate le madri e i genitori in generale quando desiderano mettere su famiglia. Ricordo un articolo dell’«Economist» dello scorso anno che mostrava come la Svizzera sia uno dei paesi dell’OCSE peggiori per le donne che lavorano, soprattutto perché è molto difficile conciliare tutto una volta che si diventa madri. Qui la responsabilità ricade sul settore stesso e, in senso più ampio, sulle nostre società.

Mi piace l’idea che siamo tutti alleati. Non si tratta solo delle donne. Gli uomini devono capire che è nell’interesse di tutti noi. Non è una lotta tra gruppi diversi: dovremmo sostenerci a vicenda.

Una volta ha detto che il suo sogno era quello di mettere piede sulla Luna. È ancora così?

Quando studiavo all’EPFL, sognavo di diventare un’astronauta e di camminare un giorno sulla Luna. Cinque anni fa ho avuto un incidente. Una bottiglia di champagne è caduta dal frigorifero, è esplosa e mi ha ferito all’occhio. Ho perso parte della mia vista. Per essere un’astronauta professionista occorre avere una vista al 100%. È vero che si può correggere con occhiali o lenti a contatto, ma nel mio caso si tratta di una lesione traumatica, per cui una correzione non è possibile. Ho dovuto rinunciare a quel sogno.

Se questo sogno sia ancora rilevante è una buona domanda. Ciò che mi affascinava del settore spaziale erano l’esplorazione dello spazio, il contributo alla scienza e il superamento dei limiti del possibile. Ho la sensazione che ora, qui sulla Terra, lo stia facendo molto bene. Inoltre, capisco come funzionano l’industria spaziale e le agenzie spaziali. L’esperienza della ricerca spaziale rimane quindi un mio sogno, ma non è più un obiettivo di vita. Non ho la sensazione di aver perso un sogno; semplicemente ho ritrovato me stesso in un modo nuovo.

Come descriverebbe oggi l’ecosistema spaziale svizzero e quale futuro immagina per esso?

Penso che in Svizzera ci sia una forte comunità spaziale – è solo un po’ nascosta. Ci sono molte aziende e progetti studenteschi all’EPFL e all’ETH di Zurigo. L’ETH di Zurigo offre un corso di laurea magistrale e l’EPFL ha un corso di studi complementare. Inoltre, ci sono molte spin-off che si stanno affacciando al settore spaziale. Arrivano anche più fondi dal settore della difesa, il che, sebbene sia meno incoraggiante, dimostra che il settore spaziale viene riconosciuto come un’infrastruttura critica. È davvero un settore in crescita.

La mia preoccupazione principale è come garantire che questo settore rimanga qui e non si trasferisca altrove. Il settore spaziale è Deep Tech. Richiede ingenti capitali e ci vogliono anni prima che si possano generare ricavi. La domanda che il Paese deve porsi è se abbiamo ciò che serve per promuovere questo settore qui. Quando ho iniziato all’EPFL, stavano nascendo proprio le prime aziende. Oggi sembra esserci una certa fluttuazione tra le start-up più piccole, mentre i grandi attori consolidati rimangono sul mercato. Come possiamo garantire che le piccole imprese possano crescere fino a diventare grandi? Penso che questa sia la vera sfida.

Informazioni sulla persona

Chloé Carrière, nota anche come Galactic Chloé, è ingegnere aerospaziale e si è specializzata nella gestione delle tecnologie spaziali. Ha studiato all’EPFL e ha redatto la sua tesi di master presso l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sul tema della commercializzazione dell’osservazione della Terra. Nel 2019 è stata cofondatrice di Asclepios, la prima missione spaziale analogica europea guidata da studenti, e ne ha diretto la prima edizione nel luglio 2021. Oggi Carrière accompagna il progetto in qualità di mentore. Ha fondato l’agenzia di comunicazione scientifica Galactic Studios e pubblica contenuti relativi allo spazio sui social media e nella sua rubrica presso l’emittente radiofonica svizzera francofona Couleur3. Inoltre, produce documentari. Nel suo ultimo film, «Can We Still Dream of Space?», indaga sulla sostenibilità dell’industria spaziale. Il film fa parte di una campagna di tre mesi volta a rendere lo spazio più accessibile e a dare voce ai cittadini riguardo all’utilizzo di questa risorsa comune. Carrière si impegna inoltre nella promozione delle donne nelle discipline STEM, in particolare attraverso l’iniziativa Swiss TecLadies della SATW. È stata insignita di riconoscimenti dalla Federazione Astronautica Internazionale e dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA).

La Svizzera nello spazio

L’esplorazione spaziale è più vicina di quanto sembri – e la Svizzera svolge un ruolo importante in questo ambito. Nel mese a tema della SATW «Space: la Svizzera come nazione spaziale» troverete altre storie, sviluppi e prospettive riguardanti la ricerca, la tecnologia e l’esplorazione spaziale in Svizzera.

Scoprite il mese a tema «Space»

Contributors

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Testo da Esther Lombardini
Competenze Chloé Carriere